Pollock: il padre dell’action painting

Jackson Pollock nasce il 28 gennaio 1912, ultimo di cinque fratelli Cody nel Wyoming. La località aveva preso il nome da William “Buffalo Bill” Cody, aveva contribuito con importanti investimenti al suo sviluppo pochi anni prima che l’artista nascesse. Negli anni d’oro Pollock realizzò molte opere sul tema del “selvaggio West” evocate dal suo paese natale e nella New York degli anni 40 la cosa fece un certo effetto. L’artista era come un cowboy che non si piegava alle abitudini della metropoli, ma si trattava di una forzatura, in quanto la famiglia Apollo in realtà aveva lasciato Cody quando Jackson non aveva ancora un anno per trasferirsi a San Diego, in California, per alcuni mesi più tardi a Phoenix, in zona, dove si stabilì.

Quei trasferimenti da una città all’altra erano i primi segni di una vita precaria che Pollock avrebbe condotto per tutta la giovinezza. Il padre non aveva un impiego fisso si spostava continuamente da una località all’altra della California e della Rizzo, lavorando di volta in volta come agricoltore, muratore, pastore, guida turistica e direttore d’albergo. Questi lavori occasionali e di conseguenza i magri guadagni che spediva non erano sufficienti a garantire stabilità economica ha una famiglia numerosa e per Jackson in parte diventò molto presto. È strano.

L’artista ebbe quindi in una famiglia patriarcale; la madre, Stella, era oppressiva, esigente e protettiva nei confronti dei figli, tutti molto viziati e lui, il più piccolo, in modo particolare. Subendo il suo atteggiamento nevrotico riversò queste frustrazioni in molti suoi dipinti, ebbe una giovinezza inevitabilmente difficile, condizionato dal carattere volubile e introversa da violenti attacchi di collera, a causa dei quali venne espulso due volte dalle scuole superiori. Grido inquieto della prima adolescenza ebbe un’infatuazione per la teosofia mistica è specialmente per le dottrine di Jiddu Krishnamurti, un mistico indù che viveva in California, secondo il quale la felicità poteva essere raggiunta solo attraverso la scoperta e la coscienza di sé, insegnamenti che influenzarono profondamente rattrista per tutta la vita.

Jackson per un giovane serio, forse darebbe un po’ vaghe, si convinse che la via per scoprire se stesso sarebbe stata quella dell’arte, anche se non aveva troppe illusioni sul proprio talento. In altre parole, diventò un artista per un atto di volontà più che per le sue qualità naturali.

Nel 1930,18 anni, raggiunse a New York nel Greenwich Village, i fratelli maggiori Franck e Charles che stavano facendo costanti progressi nel mondo artistico newyorkese, realizzando, almeno in parte, le ambizioni della madre. Essi si occuparono del giovane Jackson che seguì le orme di Charles e si iscrisse all’ Art Studnets’ League dove subì l’influenza del pittore Thomas Hart Benton.
Si lascia vincere di quest’ultimo godette di un’effimera fama nei primi anni 30, quando alcuni parve intravedere nessuna relazione “alla cowboy” un salutare antidoto al modernismo europeo, se non addirittura i prodromi di una scuola americana originale .

I due diventarono amici e Benton gli consigliò di abbandonare il tipico atteggiamento californiana di chi è alla ricerca di illuminazione che costruisce invece un’immagine più virile. Pollock cominciò allora ad aggirarsi nel Greenwich Village con fare spavaldo da cowboy metropolitano. Ben tombe della dismisura e Pollock presto lo imitò con entusiasmo, iniziando la rapida discesa verso l’alcolismo.

Nel 1935 21 lasciò New York e la partenza dell’amico fece cadere l’artista in una profonda crisi depressiva ulteriormente peggiorata dall’alcol. Riuscì comunque guadagnarsi da vivere lavorando per il “Federal Art Project” istituito dalla Works Progress Administration (WPA), una delle tante iniziative prese dal presidente Roosevelt durante il New Deal per combattere la disoccupazione.
Pollock venne assunto dalla WPA per dipingere murale negli edifici governativi, ma nel giugno del 1938 il suo alcolismo aveva raggiunto livelli tali da sfidare anche la leggendaria tolleranza del Federal Art Project e lo licenziò. Si prese una smorfia colossale e due giorni dopo venne ricoverato in ospedale a White Plains (New York), dove rimasi chimica per circa quattro mesi passando tutto il tempo, forse anche come terapia, a riempire interi quaderni con schizzi e disegni a sfondo psicosessuale.

Fino a quel momento l’ostacolo più serio la sua maturazione artistica era stata la mancanza di talento, eppure quegli schizzi erano tutt’altro che disprezzabile. Ma la vera rivelazione nel fatto che quei disegni che esprimeva nel flusso della sua personalità disgregata, rompendo con la pura rappresentazione a favore di un approccio surreale astratto. Proprio dal fondo dell’abisso scaturì la svolta artistica che aveva da sempre cercato. Uscito dall’ospedale cominciò ricompor i pezzi della sua vita. Nel 1939 si affidò a uno psicanalista junghinao che non riuscì a curarla dall’alcolismo, ma lo convinse, lui che era piuttosto inibito sul piano della comunicazione verbale, esprimere le sue paure inconsce con una lunga serie di disegni surrealisti. Pollock si guadagnò così l’attenzione di John Graham, uno dei sovrintendenti del Metropolitan Museum of Art che adorava l’arte primitiva e riteneva che i disturbi della sua personalità rivela sulla sua profonda sintonia con le verità mistiche e non con la realtà terrena. E su questa convinzione secondo la loro immagine pubblica di Pollock come artista sciamano.

Nel 1941, Graham gli presentò Lee Krasner, un’ebrea russa cresciuta a Brooklyn, ben introdotto in quell’ambiente artistico in cui Pollock non aveva ancora messo piede. In breve si innamorarono ringrazierei l’artista riuscì occupare una posizione di un certo rilievo nel mondo artistico e culturale newyorkese. Nel 1943 incontrò Peggy Guggenheim, dalla cui collezione privata in seguito sarebbe nato il Guggenheim Museum di New York, che nello stesso anno aprì la galleria Art of This Century e vuole a tutti costi un quadro di Pollock mostra che si tenne in primavera. L’opera dal titolo “Stenographic Figure” venne accolta con grande favore della critica e il celebre artista olandese Piet Mondrian l’ha definita addirittura “l’opera più interessante vista in America”.

Peggy Guggenheim decise allora di allestire la tua personale di Pollock nel novembre del 1943 e buona parte della critica regi con toni addirittura entusiastici: “Pollock possiede un talento vulcanico”, scrisse il critico d’arte del mio New York Times. Fra il 1943 e il 1947 la Guggenheim organizzò altre tre mostre che la reputazione di Pollock salì alle stelle, ma favore della critica non contribuire a fargli vendere molti quadri né allora né in seguito.

Quando nel 1947 Peggy Guggenheim chiuse l’Art of this Century convinse Betty Parsons, la cui influenza nel mondo artistico era leggendaria, prendere Pollock sotto la propria protezione; tuttavia nel 1952 frustrato dall’incapacità della Parsons di monetizzare l’ enorme interesse suscitato dalle sue opere, l’artista si rivolse a Sidney Janis, famoso esperto di arte astratta e surrealista. Janis ebbe maggior fortuna e riuscì a far lievitare prezzi, ma in tutta la sua vita Pollock non si vide mai offrire più di 8000 dollari per un quadro e non poté mai raggiungere la tranquillità economica. Nell’autunno del 1945 sposò Lee Krasner e si trasferì in una fattoria a Long Island, nei pressi di East Hampton, a circa tre ore da auto dei bar di Manhattan che erano una tentazione costante. L’abitazione era spartana, ma la brezza marina aveva su di lui l’effetto salutare, e le lunghe passeggiate sulla spiaggia con la moglie a raccogliere conchiglie diventarono una nuova piacevole abitudine.

La semplicità e la bellezza tonificante dei luoghi riuscirono sbloccate sull’enorme potenziale creativo e ben presto Pollock si avviò sulla strada che lo avrebbe portato diventare artiste più discusso del mondo. Nei primi tempi lavoravo in una stanza che non superiore, a volte direttamente sul pavimento, ma nell’estate del 1946 decise di spostare un piccolo granaio che gli impediva di godersi la vista del mare e ne ricavò uno studio. Con questa scelta si svincolò del tutto dalle tecniche di pittura tradizionale; cominciò a lavorare direttamente sul pavimento versando i colori da tubetti e barattoli o lasciandolo sgocciolare da pennelli, bastoncini altri strumenti. Nell’autunno del 1950 il fotografo Hans Namuth realizzò un documentario che ritraeva Pollock alle prese con i monumentali dipinti che sarebbero diventati i suoi capolavori. Verso la fine delle riprese l’artista che da due anni aveva smesso di bere ripiombò tragicamente nel vizio dell’alcol e da quel momento iniziò una rapida fase discendente. Verso la metà degli anni 50 dipingevo ormai di rado e in maniera approssimativa, gli amici non sopportavano l’atteggiamento scontroso e anche il matrimonio entrò in crisi, perché nel frattempo Pollock non aveva fatto mistero di una sua relazione con una giovane modella Rutk Kligman.

Nell’estate del 1956 la moglie partì per l’Europa e Ruth Kligman andò a stabilirsi nella fattoria di Long Island. La sera dell’11 agosto la tragica fine: Pollock perso il controllo della sua spider uscendo di strada; catapultato fuori dall’abitacolo si schiantò contro un albero, ponendo fine a una carriera fra le più straordinarie nella storia dell’arte moderna.

Pollock – Stenographic Figure 1942 circa

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